Don Ninì – Il capitale disumano

<- Il capitale disumano

Racconto breve

Antonino Gallo, detto Ninì, era un giovane disocuppato di uno
spopolato paese del nord della Calabria, nato alla fine degli anni
’70.

E pure alla fine del miracolo economico italiano del dopoguerra,
che comunque aveva solo minimamente toccato il Meridione d’Italia:
il sud del paese infatti era ed è rimasto ancora povero di
infrastrutture.

Qualche imprenditore c’era stato, ma disonesto. Le fabbriche
erano state aperte per sfruttare i finanziamenti statali ed europei
e poi subito fatte fallire e chiudere. Qua il capitalismo non ha
mai funzionato, è sempre degenerato nel malaffare, nella collusione
mafiosa.

Era il 2000 e Ninì aveva poco più di 20 anni, un diploma di
perito a pieni voti, ma nessun lavoro e nessuna prospettiva
concreta di lavoro.

I suoi amici e coetanei erano quasi tutti emigrati: chi nel nord
Italia, chi a Roma, chi a Milano, chi altrove. A studiare (quelli
che potevano permetterselo) o a lavorare. Qualcuno anche a fare
entrambe le cose: lavorare e studiare, mantenendosi da solo.

Nel paese erano rimasti quasi solo vecchi, la natalità era bassa
e molte case vuote. Quei pochi giovani che ancora c’erano erano
“bamboccioni” e vivevano con mamma e papà senza fare nient’altro
oltre che mangiare e dormire.

Ma la famiglia di Ninì era piuttosto povera. Le uniche
prospettive concrete erano quelle di un’agricoltura di sussistenza
o la manovalanza nella ’ndrangheta, la mafia calabrese, che
comunque non era nemmeno presente nel suo piccolo e povero paese,
ma solo nella più popolosa provincia.

Ninì era il più grande di tre fratelli, tutti maschi, figli di
contadini che ora percepivano solo una misera pensione. I suoi
genitori non volevano che lui continuasse questo mestiere.

«E’ un lavoro brutto, a sudare sotto il sole. I figli miei non
devono fare questo», diceva suo padre, un vecchio iscurito e
rugoso, con le mani nodose e incallite dall’uso degli attrezzi
agricoli.

Ma un futuro migliore qui non era possibile senza avere delle
conoscenze politiche. Quei pochi che conoscevano un politico o un
raccomandatario che lo conosceva, avrebbero potuto ottenere uno
degli altrettanti pochi posti pubblici comunali, di solito una
sinecura, in cambio di favori personali od elettorali, uniti spesso
anche a cospicue tangenti pagate dal lavoratore.

Alcuni posti pubblici addirittura si vendevano al migliore
offerente e questo era l’unico modo di entrare senza
raccomandazione, ma in questo caso bisognava avere una grossa
disponibilità di denaro.

Ninì però aveva uno spirito orgoglioso e non avrebbe mai
accettato compromessi di tal genere. La sola idea di ottenere
qualcosa non per merito, ma per raccomandazione, lo ripugnava e si
sarebbe schifato di sé stesso anche se, oltre alla raccomandazione,
il merito l’avesse avuto davvero, perché la prima era comunque la
sola e unica cosa necessaria, mentre il secondo non era proprio
considerato.

Com’era forte di braccia e muscoloso di petto, così era anche il
suo senso della giustizia. Ma tutto questo è solo un ragionamento
ipotetico perché Ninì la raccomandazione per restare al suo
paesello non ce l’aveva proprio. E così non gli restava che
emigrare. I genitori, dal canto loro, lo incoraggivano in questo
senso. Non lo volevano più in casa così, nullafacente.

E allora fece la sua valigia, prese l’autobus e partì senza dire
niente a nessuno. Né i suoi genitori se ne allarmarono, contenti
che finalmente aveva preso la determinazione e si sarebbe messo a
lavorare.

Ma Ninì odiava profondamente lo Stato Italiano e non avrebbe
contribuito ad alimentare il divario tra Nord e Sud, rimanendo in
Italia e andando a lavorare al Nord. Difatti a Roma aveva un
biglietto di un volo economico per Londra.

Londra: uno spaventoso fungo di città, enorme quasi da sembrare
un mondo a sé. La capitale dell’alta finanza, del lavoro, della
produzione. Una delle città più popolose d’Europa, seconda
solamente a quel formicaio che è Parigi, ma con una densità di
abitanti ben superiore di quest’ultima.

Qua sì che il capitalismo aveva funzionato. Funzionato eccome.
Solo il 5 o 6% di giovani disoccupati, contro il 65% della Calabria
(di quei pochi che non erano emigrati).

Arrivato dall’aeroporto nel centro di Londra Ninì cominciò a
girare per vedere se poteva trovare qualche lavoro nei numerosi
ristoranti italiani della City, magari con vitto e alloggio, anche
solo una sistemazione di fortuna per la notte, perché soldi in
tasca ne aveva ben pochi.

Ma gli anni d’oro dell’emigrazione erano da tempo finiti. Ad un
giovane ragazzo seppur intelligente ma con limitata conoscenza
dell’inglese erano destinati i lavori più umili: sguattero,
cameriere, uomo delle pulizie, facchino, etc. Ed anche questi erano
difficili da trovare perché erano in tanti a cercarli.

Seguendo una mappa imboccò una strada che avrebbe dovuto
portarlo all’ennesimo dei locali italiani che voleva visitare, dove
sperava non fossero già al completo di personale, quando in una via
laterale vide una tabella stradale a forma di freccia con su
scritto “Find love” affissa sullo stesso palo di altre insegne,
recanti nomi di vie e indicazioni di attività commerciali.

Rimase come incantato su quelle parole… sapeva che letteralmente
significavano “trova l’amore”, ma si sforzava invano di capirne il
significato reale, quando la sua trance fu interrotta da una
mielata voce di donna.

Sbatté le palpebre per cercare di mettere a fuoco nei suoi occhi
appannati dalla precedente fissità quella invitante figura. Ella
proveniva giusto dalla direzione della freccia e subitaneamente si
delineò di fronte a lui: era una donna di mezz’età ma ancora
attraente, di carnagione scura e con soffici capelli neri.

In palese ritardo, il suo cervello ora elaborò le parole di lei,
che aveva sentito pocanzi, assorbendole passivamente, senza farci
caso: “hey, you handsome” (ehi, tu… carino). Così in un istante gli
fu svelato il significato della strana insegna. Costernato pensò:
«peccato che non ho soldi» e il pensiero gli uscì di bocca quasi
senza volerlo, nel suo inglese maccheronico, privo ancora della
giusta sintassi:

«I… no money»

Stranamente la ragazza invece di piantarlo indispettita come lui
si sarebbe aspettato, gli sorrise e gli disse:

«are you looking for a job?», ma vedendo che lui
rimaneva incantato a guardarla e non rispondeva, disse
semplicemente:

«work?, labour?» Lui stavolta comprese e disse:

«yes»

La ragazza dovette ricorrere al linguaggio universale dei gesti
per fargli capire che era stata picchiata di notte e che aveva
bisogno di qualcuno che la difendesse.

Londra, non diversamente da tutte le grandi città, è spietata e
se ti aggrediscono, nessuno dei passanti interviene a difenderti e
tantomeno se sei una prostituta, perché esistono ancora i
benpensanti che non ti vedono di buon occhio e al pari di una
qualsiasi altra ragazza.

Che fortuna quindi ad aver trovato quel tipo ingenuo ma robusto
e con le sopracciglie unite e quell’aria fiera e forestiera, che
gli pareva un ottimo deterrente contro teppisti e
approfittatori.

Senza dargli nemmeno il tempo di rispondere, lo trascinò fino a
casa sua, un minuscolo loft in quello che doveva essere
evidentemente un intero palazzo adibito a casa di tolleranza, dove
depositarono la valigia.

«Are you hungry?», «Hungry?», disse la ragazza agitando la mano
verso la sua bella bocca aperta. Ninì aveva una fame da lupo e
disse di nuovo:

«yes, yes!». E lei subito si mise a preparargli da
mangiare con quello che aveva in casa.

Appena pronto lui mangiò rapidamente. E poi mentre lei stava
lavando i piatti, le si avvicinò abbracciandola da dietro e
cominciò a baciarla sulle guance e sul collo. Mentre era occupato,
lei lo lasciava fare, ma nel mentre la sua mano gli scivolava
dentro il vestito, avendo ora finito di lavare di piatti,
improvvisamente si girò allontanandolo.

«No, this isn’t your job». Non è questo il tuo lavoro.

Prese la borsetta, si rifece rapidamente il trucco e lo trascinò
per mano fuori di casa, per andare a battere nella zona di Soho, il
quartiere a luci rosse di Londra.

Il suo «job» era di starsene segretamente in disparte, seguirla
e intervenire solo se qualcuno dei clienti o passanti le avesse
dato fastidio.

Quella sera non capitò niente, ma la sera successiva, Tracy,
così era il nome della ragazza, ebbe la sua soddisfazione. Quei due
teppisti che l’avevano picchiata e derubata l’altra volta si
presentarono di nuovo, ma stavolta se ne scapparano col naso rotto
e a gambe levate.

Ninì ne aveva afferrato uno per le spalle e rigiratolo, gli menò
un deciso cazzotto in faccia. Poi rincorse l’altro che scappava con
la borsetta della ragazza e lo scaraventò a terra, rigirandolo
supino, afferrandolo per il colletto e cominciando a menargli pugni
sul viso.

Nella furia dell’impari lotta quasi l’avrebbe ammazzato, se
Tracy non fosse intervenuta a separarlo recuperando la borsetta,
che tra l’altro conteneva solo pochi spicci perché prima d’ogni
prestazione, da quando c’era Ninì, Tracy si faceva pagare in
anticipo e dava subito i soldi a lui, che li custodiva nella tasca
interna della giacca.

Quei due assalitori, che con tutta probabilità erano anche
drogati, non si sarebbero visti in giro per un bel po’ e certamente
non c’avrebbero provato un’altra volta ad aggredire Tracy.

A proposito il premio di Ninì per quella sera fu che tornati a
casa, lei finalmente acconsentì a fare l’amore con lui. Dopo che
l’ebbero fatto Tracy si addormentò subito, invece Ninì rimase
sveglio e alla luce della lampada del comodino aprì un libro di
grammatica.

L’inglese gliel’insegnava Tracy giorno per giorno ma in più
studiava anche, così la sua conoscenza della nuova lingua, nel giro
di poco più di un mese, crebbe a tal punto che a sentirlo parlare
sarebbe stato difficile classificarlo come un «wop», cioè un
«guappo», il termine spregiativo con cui spesso venivano chiamati
gli italiani e specialmente quelli del suo mestiere.

La voce che Tracy aveva un protettore si sparse presto
nell’intero quartiere di Soho.

«Sì, è un bel fusto con un pugno di ferro. Ma se quelli hanno il
coltello…», disse una sua collega, invidiosa del nuovo acquisto.

E così Tracy fece comprare a Ninì il coltello, dallo spacciatore
di armi clandestino di Soho

  • «Adesso il mio Ninì ha il coltello e dio sa come lo sa
    maneggiare bene… Se qualcuno prova a darmi fastidio, si becca una
    bella coltellata nel fegato»
  • Sì, ma se quelli hanno la pistola cosa potrà fare il tuo Ninì
    con il suo coltello?

E così Tracy fece armare Ninì anche di regolare pistola, anzi
irregolare, perché comprata sempre dallo stesso spacciatore d’armi
clandestino di Soho.

Il fatto è che ora nessuno più osava aggredire Tracy, ma le
altre invece, del tutto prive di protettore non potevano dirsi
affatto così sicure.

Così Ninì aveva importato l’antico mestiere a Londra. Non
passarono che pochi mesi ed era diventato un grossista della sua
professione e ora si faceva chiamare «Don» Ninì. Gli inglesi
avevano qualche difficoltà a porre l’accento sull’ultima vocale e
pronunciavano il suo nome come una specie di “donnìni”, in ridicola
assonanza con «donnine», che appunto erano l’oggetto del suo
business.

E difatti Don Ninì ora proteggeva praticamente tutte le
instancabili «donnine» lavoratrici del sesso di Soho e per aiutarlo
in questa sua attività aveva mandato a chiamare e subito assunto
sotto le sue dipendenze i suoi due fratelli e certi suoi cugini di
primo e secondo grado, perché si fidava solo del suo stesso sangue.
Difatti questi erano i suoi fedelissimi e non l’avrebbero mai
tradito nemmeno in patria, figuriamoci in terra straniera.

Da che era arrivato con la giacchetta con le pezze, Don Ninì
dopo un anno possedeva già parecchi appartamenti, ville, yacht e
auto di lusso.

La sua attività spaziava dalle battone di strada per il popolino
alle prostitute di alto borgo per clienti ricchi e illustri e
quest’ultimi lo avevano introdotto anche nel jet–set dei
capitalisti e banchieri londinesi dove, nonostante fosse ben saputo
quale fosse il genere della sua attività merceologica, la sua
ricchezza non dava adito a nessun commento o discriminazione e
ancor meno la dava la sua fama di essere un duro e spietato
«mafioso».

La sua piccola ma efficiente organizzazione gestiva pure un
cospicuo traffico di ragazze dell’est europeo che venivano a
lavorare nelle sue case di appuntamento londinesi. Non aveva avuto
concorrenti finora. Né cert’altri che invece gestivano un altro
traffico, che pure scorreva a fiumi, quello della droga, avevano
messo il naso negli affari di Don Ninì, né lui intendeva
avventurarsi in altre attività oltre a quella dello sfruttamento
della prostituzione. Anzi, se una prostituta era trovata in
possesso di droga o si drogava, Don Ninì disponeva subito che fosse
allontanata.

Don Ninì era diventato un’icona. Quello che la gente leggeva sui
giornali a proposito della mafia in Italia lo associava
romanticamente a lui, che era a tutti gli effetti considerato un
vero «mafioso». E quasi ne andavano orgogliosi, gli inglesi, di
averne uno anche a Londra, seppur relativamente innocuo, vista la
natura ben poco violenta delle sue attività.

A proposito di violenza, da quando c’era Don Ninì gli ordinari
episodi di aggressione e rapina nel quartiere di Soho erano
fortemente diminuiti. La costante presenza notturna degli uomini
del boss della prostituzione funzionava da deterrente anche per gli
altri generi di reati che non coinvolgevano affatto le
prostitute.

Scotland Yard era ben conscia di questo fatto e l’ispettore capo
in carica nel quartiere preferiva pertanto chiudere un occhio sulle
attività di Don Ninì. Così gli uomini di Don Ninì e i poliziotti si
salutavano rispettosamente a vicenda, caso mai si incontravano
durante le loro rispettive ronde.

Nemmeno durante il picco della grande recessione, nel 2009,
l’attività di Don Ninì subì perdite o rallentamenti. Come
l’industria alimentare e le pompe funebri, il suo commercio non
conosceva mai crisi, solo un leggero abbassamento delle tariffe,
regolate in base all’inflazione.

Tutto questo sarebbe durato chissà quanto se non fosse stato per
un piccolo incidente. Una delle ragazze che lavoravano per Don
Ninì, una giovane russa che era stata appena avviata al mestiere,
decise di cambiare idea.

Normalmente l’avrebbero lasciata andare, perché tutte le altre
ragazze ultimamente acquistate erano ben disposte, ma lei non
avrebbe mai immaginato che i suoi sfruttatori potessero essere così
buoni e preferì seguire il suo istinto, che le disse di
fuggire.

La cosa non era mai capitata finora e Don Ninì era preoccupato
che la ragazza potesse denunciarli alla polizia. Perciò non appena
scoperta la fuga, sguinzagliò subito i suoi uomini alla ricerca
della renitente–penitente.

Questi andavano dappertutto, conoscevano tutti ed erano da tutti
temuti e rispettati e non ci volle molto che per delazione
scovarono dove si era nascosta la ragazza, che fu subito portata al
cospetto del boss. Era legata e imbavagliata e spaventata come un
coniglio nel sacco.

«Dove credevi di andare?» la redarguì Don Ninì.

«I miei uomini conoscono palmo per palmo la zona e
nessuno ti avrebbe mai aiutato a fuggire perché nessuno può
mettersi contro Don Ninì. Avevi per caso intenzione di andare dalla
polizia? Meglio che non ci provi. Io conosco i migliori avvocati
d’Inghilterra e dopo un giorno sarei fuori, ma tu non ne usciresti
viva»

Infatti ufficialmente Don Ninì faceva il collezionista e
rivenditore d’arte e quest’attività non era in effetti solamente
una copertura, perché, al contrario di molti nuovi ricchi, il gusto
per le cose belle ce l’aveva davvero e aveva investito molti dei
suoi soldi in oggetti d’arte di gran valore e bellezza.

Comunque la ragazza non poteva rispondere perché era
imbavagliata, ma anche se non lo fosse per il terrore non avrebbe
aperto bocca. E difatti non parlò nemmeno quando il boss le strappò
il bavaglio. Continuava a guardarlo terrorizzata.

Lui capì che così facendo non ne avrebbe cavato una parola di
bocca, mentre voleva sapere le ragioni della fuga per decidere che
cosa fare della ragazza.

Allora assunse un’aria più rilassata e si andò a sedere dietro
la sua scrivania stile antico di mogano e pelle, appoggiando i
gomiti sul tavolo e incrociando le mani come per mettersi a
pensare.

La sua, più che una predica rivolta alla ragazza, sembrava una
giustificazione per sé e il suo operato:

«io sono un benefattore di voi altre. Vi ho salvato
dalla povertà. Vi offro un lavoro discreto e ben retribuito e
nessuno vi fa del male. Dovreste ringraziarmi e invece…»

Si alzò, afferrò con forza la sedia e andò a mettersi seduto di
fronte alla ragazza che era ancora terrorizzata. Si piegò in avanti
e cominciò a slegargli i piedi e poi le mani. E intanto andava
dicendo:

«In questa città vivono qualche milione di uomini.
Soli. E qualche milione di donne. Pure sole. Com’è possibile che
siano soli, non sono affari miei. Forse hanno troppo da fare per
conoscersi… Io offro un servizio per gli uomini soli per farli
conoscere donne compiacenti che li facciano sentire meno soli e non
mi faccio altre domande. C’è qualcosa di immorale in tutto questo?
Se c’è, non certo in quello che faccio io»

La ragazza ora era libera, ma non si mosse. Il boss le stava
difronte e lei poteva sentire il forte respiro di lui alitarle
sulla faccia. E lui incalzava:

«Cosa credi, che gli altri capitalisti siano meglio
di me? Anche loro sfruttano i dipendenti per arricchirsi con i
frutti del loro lavoro. Profitto faccio io e profitto fanno loro.
Anzi voi almeno sapete quanto trattengo dai vostri guadagni e
potete giudicare se la cifra è giusta per la protezione che vi
offro. Se la mia attività è immorale, allora tutto il lavoro
dipendente è immorale»

La ragazza adesso era meno terrorizzata e anzi parzialmente
stupita. Non s’era aspettata che Don Ninì, il «mafioso», avesse
questo punto di vista, di disprezzo dell’intera società
capitalista.

Gli vennero allora in mente le parole di sua madre, che una
volta le aveva detto che il comunismo era buono, che era meglio il
comunismo.

Prima col comunismo tutti lavoravano, ognuno a seconda delle sue
capacità e lo stato aveva l’obiettivo di provvedere ai bisogni di
tutti. Ma con la Perestroika le cose erano andate sempre peggio.
Era arrivato il kaos e mentre alcuni si arricchivano, i più caddero
in uno stato di povertà che nemmeno i loro padri e nonni avevano
conosciuto.

Molti i giovani sbandati e senza lavoro, dopo tanto studio,
mentre prima il comunismo era in grado di qualificare e
riqualificare anche i lavoratori più umili. E non solo, con il
capitalismo erano arrivati tutti i vizi dell’occidente: gioco
d’azzardo, prostituzione e droga. Tanta droga. Quella sì.

«Quindi cosa vuoi? Vuoi metterti in proprio? Una
volta c’erano i lavori artigiani ed ognuno lavorava in proprio. Il
mio paese, l’Italia, era rinomata per questo. Se è così bastava
dirlo… Va, sei libera…»

Ma la ragazza non si mosse ancora. Era rimasta impietrita e
stupita. Lui se ne accorse e disse, addolcendo per la prima volta
la voce:

«Pensi ancora che io non lo possa capire? Non vuoi
dirmi perché sei scappata?»

Lo sguardo gelido e fisso del boss, con i suoi occhi castani,
quei capelli neri senza nemmeno un filo di bianco e il forte tratto
di quelle sopracciglie unite, era fisso in quegli occhi azzurri,
quasi si perdeva come un punto nel mare.

Mare che improvvisamente si agitò. Infatti la ragazza scoppiò
improvvisamente a piangere, chinando la testa e coprendosi il volto
con le mani.

Così, senza che lei avesse mai parlato, il boss comprese il
motivo della fuga della ragazza, l’unica che non aveva accettato di
fare mercimonio della sua bellezza.

Ora si ricordava di un particolare che prima d’ora non riusciva
a spiegarsi e che gli avevano riferito i suoi scagnozzi: la ragazza
non aveva ritirato i soldi della paga settimanale prima di tentare
la fuga. Il motivo era che evidentemente disprezzava il denaro
guadagnato facendo di sé e della sua bellezza merce per
chiunque.

La tirò su dalla sedia e le disse di non piangere. Ora guardava
la ragazza con occhi diversi, non più gelidi a riprova che non la
considerava più come un oggetto, come una merce da vendere.

Si soffermò sui particolari della bellezza di quel viso: i
lunghi capelli d’un naturale biondo–paglierino cadevano a lunghe
ciocche in una diseguale armonia sul lato destro del volto ben
disegnato; una fronte leggermente ampia, gli zigomi stretti e la
linea della mandibola affusolata formavano un perfetto viso ovale.
Le labbra erano sottili e la bocca piccola. Il naso così ben
proporzionato da dare una sensazione di morbido.

Il boss strinse la ragazza a sè, poi allargò la stretta
guardandola fissa negli occhi e le disse, in tono sommesso:

«Conosco il mondo. Una volta ero povero anch’io.
Poi sono diventato ricco, almeno secondo il metro di ricchezza di
questa società, e finora non mi ero nemmeno accorto della mia vera
povertà. Hai ragione tu. La bellezza delle donne non si può
vendere. E’ solo di chi le ama. E l’amore non si può comprare» Non
disse più niente e i due si baciarono a lungo.

Sulla scomparsa di Don Ninì si fecero varie ipotesi
nell’ambiente della capitale britannica ma nessuna giusta. La
maggior parte delle interpretazioni parlavano di delitto o
suicidio, dal momento che niente era stato prelevato dal cospicuo
conto a nome del boss alla Lloyds Bank.

Scotland Yard aveva scandagliato un buon tratto del Tamigi alla
ricerca del corpo senz’altro risultato se non quello di trovare
alcuni bidoni di sostanze radioattive illegalmente abbandonati in
un punto profondo, probabilmente da qualche imbarcazione di
passaggio.

Dopo due anni, Londra, assorta nel suo frenetico tran–tran
quotidiano, s’era completamente dimenticata del boss calabrese e di
lui rimaneva solo un breve dossier nei polverosi schedari dei
crimini e casi di scomparsa irrisolti di Scotland Yard.

Certo è che nessuno avrebbe mai potuto immaginare che Ninì e
Tatiana, perché questo era il nome della giovane ragazza, vivevano
felici in una bella baita di legno sulle pianure a ridosso dei
rilievi del Caucaso e avevano già due bei bambini e una fattoria
con le galline, le capre e un fertile campo coltivato a grano e
mais. Ma soprattutto… l’amore.