Il campo arato – Il capitale disumano

<- Il capitale disumano

Favola ecologica

C’era una volta uno stormo di uccellini che viveva sugli alberi
di una grande tenuta a bassa quota nella Calabria. Per la vicinanza
del mare qui l’inverno era mite e gli uccellini riuscivano a
sopravvivere senza dover emigrare. Sugli alberi di ulivo non
raccolti né potati dall’uomo avevano fatto i loro nidi di rametti
intrecciati.

Ci Cip era l’uccellino più vecchio e il capo dello stormo. Nella
sua lunga esperienza, aveva conosciuto i pericoli che, dal momento
che i grandi uccelli carnivori come i falchi e le aquile stanno
diventando sempre più rari, si trovano soprattutto a terra quando
si atterra in cerca di cibo.

Essendone uscito miracolosamente salvo, ora istruiva i più
giovani a stare all’erta e a non fidarsi mai degli altri animali
più grandi: i gatti, i cani, la volpe, i serpenti e soprattutto il
più furbo e pericoloso di tutti: l’uomo.

Era una tranquilla giornata di tarda primavera. L’estate era
vicina e l’erba più alta nell’uliveto era già secca. Visto
dall’alto, il campo sembrava un’impenetrabile barriera dorata, da
cui spuntavano le forme contorte degli alberi d’ulivo che
terminavano con le loro chiome verde scuro, chiazzate di piccoli
fiori biancastri, in netto contrasto col giallo intenso del
campo.

Nel folto dell’erba secca si nascondeva il cibo, ma, diceva Ci
Cip:

«Bisogna stare molto attenti quando ci si avventura
là dentro, perché il piatto è ricco quanto il rischio è elevato. I
temibili serpenti sono sempre in agguato nell’erba e si muovono di
soppiatto, con quella loro spaventosa testa piatta. Con la sottile
lingua biforcuta sentono l’odore delle prede e scattano di
colpo»

«Il povero uccellino impacciato dall’erba potrebbe
non riuscire ad accorgersi del pericolo e fare in tempo a librarsi
in volo, rimanendo così schiacciato dalla potente morsa di quella
bocca e dagl’aguzzi denti veleniferi»

Così Ci Cip istruiva i giovani uccelletti inesperti, che lo
ascoltavano ansiosi e stupiti, come se stesse raccontando di
incredibili avventure e mostri terribili. Ma niente c’era di
fantasia nelle parole del vecchio e saggio volatile, perché quella
era la realtà della natura e Ci Cip non raccontava favole: per
quanto fosse piacevole ascoltare i suoi racconti, in realtà erano
delle lezioni, lezioni di vita, e la sua era a tutti gli effetti
una scuola, scuola che insegnava ai nuovi adulti a
sopravvivere.

Avrebbe ora dovuto parlare dei gatti che si arrampicano sugli
alberi e minacciano i nidi con le uova o i piccoli, quando
improvvisamente si sentì un rombo e un continuo scoppiettio,
proveniente dalla strada e sempre più vicino a loro.

Un mostro più grande di tutti, anche di un uomo e persino di un
innocuo cavallo, faceva sempre più rumore e stava per entrare nel
campo, fumacchiando da una specie di dritto e sottile tronco
verticale una puzza soffocante, peggio delle esalazioni del legno
bruciato. Avanzava roteando i suoi grossi piedi neri circolari e la
sua dura fronte era a scaglie orizzontali.

Per rendere la cosa ancora più temibile, sulla sua groppa sedeva
un uomo, l’essere più infame della terra, che catturava gli
uccellini e li rinchiudeva in gabbia, beandosi della loro ingiusta
prigionia, divertito dalla loro sofferenza e dalle grida di
soccorso che invano lanciavano verso i compagni liberi.

Ci Cip, che mai aveva visto una cosa del genere, cinguettò la
ritirata generale. Tutti gli uccellini, seguendo il vecchio capo
stormo, dagli alberi d’ulivo si librarono in volo e andarono a
rifugiarsi sui rami più alti delle querce al confine

Là erano abbastanza alti, sicché il mostro, che evidentemente
pesava tanto e non poteva volare, non avrebbe potuto raggiungerli,
ma non troppo lontani da non poter soddisfare la loro curiosità
circa le intenzioni di quel goffo mastodonte.

E in special modo era Ci Cip che voleva sapere qual’era lo scopo
di tutto quel baccano. E quello che osservò stavolta lasciò lui
stesso stupito: il mostro improvvisamente rallentò, abbassò le sue
chele sulla terra – un rullo di luccicanti ruote dentate – e quando
riprese a muoversi il rumore si fece ancora più assordante.

E non solo il rumore… quelle ruote roteanti sembravano scavare
nella terra come milioni di aguzzi becchi. Frammentavano gli steli
e la paglia secca già schiacciata dalle possenti ruole e facevano
schizzare la terra per aria, mentre lo spietato animale percorreva
un’irregolare spirale lungo il confine della terra e poi verso
l’interno.

Niente lo poteva fermare, anche le pietre spostava
rumorosamente. L’unico ostacolo al suo inesorabile incedere erano i
grossi tronchi degli alberi, che lui evitava accuratamente,
girandogli intorno.

E dov’era passato, l’oro della distesa di paglia s’era
trasformato nel colore di quella terra rossa. D’improvviso s’alzò
il vento, ma il mostro continuò deciso la sua opera di distruzione
senza preoccuparsene. Ora dietro di sé lasciava un’alta scia
polverosa. Parte della fertile terra di superficie se ne volava
via, per fortuna non nella direzione in cui erano appollaiati tutti
gli attoniti spettatori pennuti, altrimenti sarebbero stati
imbrattati di terra e avrebbero avuto anche difficoltà a
respirare.

Ci Cip aveva capito che a capo di tutto questo c’era l’uomo.
Sempre lui era responsabile delle più grandi devastazioni:
appiccava incendi, tagliava alberi, uccideva gli uccelli con una
canna infernale, che sputava fuoco e pietre a distanza e ora stava
addirittura seviziando la terra!

E senza apparente motivo. Forse il motivo c’era, ma per lui era
inesplicabile. All’inizio aveva creduto che quel mostro mangiasse
l’erba secca e anche la paglia, macinandola con quegli strani denti
della sua orribilmente scarna e ossuta bocca posteriore. Ma che lui
sapeva, nessun animale mangia la paglia e poi ancora nessun animale
pesta l’erba sotto i piedi e la sporca con la terra prima di
mangiarla. Qual’era allora lo scopo di quel cerbero infernale? Boh,
tutto rimaneva un mistero, anche per Ci Cip.

Certo che i loro più acerrimi nemici, i serpenti non sarebbero
sopravvisuti. Forse che il mostro mangiava serpenti? Questa
sembrava una spiegazione plausibile, ma era troppo lontano per
poterla verificare e nemmeno lui, il coraggioso Ci Cip, avrebbe mai
osato avvicinarsi a quel mastodonte di cui non gli era chiara la
natura. E aveva tutte le sue buone ragioni per sospettare il
pericolo.

Quando tutta la terra fu ridotta in polvere, Ci Cip cominciò a
pensare che forse il mostro mangiava le talpe, quei grossi topi che
scavano gallerie appena sotto la superficie del terreno, con le
loro tozze e forti zampe unghiate, simili a mani umane, e che
mangiano tutti gli insetti, vermi e lombrichi che trovano lungo il
percorso del loro tunnel. Sapeva infatti che nella natura il
piccolo mangia il piccolissimo ed è a sua volta mangiato dal più
grande e quest’ultimo dal più grosso.

Questa è la legge della natura, una legge che potrebbe sembrare
cruda e spietata, ma che consente comunque a tutti gli animali di
sopravvivere.

Ma mai prima d’ora Ci Cip aveva visto un animale che per
mangiare distruggeva metri e metri quadri di terra senza lasciare
manco un filo d’erba. Daccordo, rivoltava la terra per scovare le
sue prede, ma poi perché non le inseguiva e continuava a macinare
terra finché non aveva lavorato tutto il campo?

Mistero… mistero che s’infittì ancora di più adesso che il
bestione stava andandosene. Era uscito dalla terra e aveva
imboccato quella piatta e dura striscia grigia su cui passavano
spesso delle specie di grandi chioccie scintillanti con grandi
occhi su tutti i lati e uomini dentro che guardano fuori.

Di queste chiocchie, in realtà molto ma molto più veloci delle
lumache, Ci Cip pure non sapeva cosa mangiassero e quale che fosse
il loro scopo, anche se da tempo ci avevano fatto l’abitudine a
vederle. Aveva supposto che mangiassero gli uomini interi, appunto
quelli che v’erano dentro, e che nell’attesa di digerirli se ne
andassero a spasso lungo quei loro sentieri, anche perché molti
degli uomini che vedeva nelle loro fauci attraverso i grandi occhi
sembravano inquieti e sicuramente non avevano affatto una faccia
allegra.

Ma una specie di grande chiocchia veloce che andava sia sui
sentieri grigi, sia sulla terra e quand’era sulla terra la
rivoltava e polverizzava e per di più con un uomo sopra e non
dentro gli occhi, dei quali aveva solo le due paia piccole sul
davanti luminose di notte, era proprio un enigma ancora più
strano.

Ma ora se n’era andata, non si sentiva più nemmeno il suo
grugnire ed era improbabile che sarebbe tornata o comunque il
rumore li avrebbe avvertiti. Quindi Ci Cip prese la decisione di
tornare ai loro nidi sui folti ulivi abbandonati, che per fortuna
non avevano subito alcun danno

Tutta l’erba era scomparsa e la terra sotto di loro ora era
soffice come sabbia. Adesso qualsiasi predatore sarebbe stato in
vista e quindi era sicuro scendere per andare a dare
un’occhiata.

Ci Cip comandò quindi di andare tutti in terra a frugare. Fu una
mangiata memorabile: trovarono tante sementi che prima erano in
profondità e anche molti di quei vermetti, quelli piccoli di cui si
cibano i piccoli uccelli come loro, che evidentemente erano passati
indenni tra i grandi denti del mostro. Ma il banchetto non durò che
un giorno.

Il giorno dopo non c’era più niente da mangiare e le uova degli
insetti che erano rimaste nel terreno, o erano state fatte
precipitare troppo in profondità nel rivoltamento della terra o,
mancando l’ombrosità prodotta dall’erba, per mancanza di umidità,
non si schiudevano e quindi niente nuovi insetti nati per
compensare l’ammanco di quelli che erano stati mangiati.

Dopo tre giorni gli uccellini furono costretti a migrare in un
altro campo per trovare da mangiare, mentre in quello arato
tornavano solo per dormire, non potendo spostare i loro nidi perché
troppo pesanti.

Nè andò meglio a tutti gli altri animali: i serpenti che erano
nel campo erano riusciti quasi tutti a fuggire prima di essere
stritolati da quei mortali artigli roteanti, ma al ritorno, non
essendoci più la copertura dell’erba non avrebbero più potuto
nascondersi per cacciare gli uccellini e altri piccoli topi o
lucertole.

La talpa dal canto suo aveva ora una terra morbida, come se
fosse sabbiosa, ma non poteva scavare le gallerie perché gli
sarebbero franate addosso soffocandola e comunque delle prede di
cui prevalentemente si cibava, i vermi più grossi, ne erano rimaste
poche, in parte uccise dagli artigli metallici del mostro, in parte
esposte alla vista dei corvi e altri uccelli più grossi che così le
avevano velocemente depredate.

Basta interrompere un anello della grande catena alimentare
affinché si spezzino tutti gli altri. Ora era rimasta solo la terra
nuda, arsa dal sole e impoverita delle sue sostante nutritive.
Questo era il concetto di ordine e pulizia dell’uomo: il nulla, la
morte.

Così per più di un mese il terreno attorno agli alberi rimase
una distesa polverosa e poverissima di vita, sia vegetale sia
animale. Ma poi improvvisamente qualcosa cambiò. Grandi nuvole,
spinte dal vento vennero dal nord. L’umidità prosciugata del sole
ritornava alla terra, per effetto dell’energia del sole stesso.
Venne un forte acquazzone, che inzuppò per bene la terra arida di
Ci Cip e del suo stormo.

Già il giorno dopo, semi di piante rimasti sotto la superficie e
altre minuscole sementi portate dal vento, approfittarono di quel
terreno fresco e molle per spuntare e mettere rapidamente radici.
Nel giro di poche settimane l’erba era di nuovo alta e verde.
L’ecosistema dei piccoli animali e la complessa catena o piramide
alimentare si stava lentamente ricostruendo anello per anello,
strato per strato e lo stormo di Ci Cip potè tornare a vivere
definitivamente nel suo territorio.

Del mostro che aveva impoverito la terra era rimasto solo un
lontano ricordo nella mente degli spensierati uccelletti che ora,
vivendo alla giornata, si godevano le riserve di cibo di un’autunno
mite appena iniziato, senza nemmeno pensare all’inverno.

L’unico che ci pensava era il saggio Ci Cip. E pensava anche al
mistero del grosso animale sevizia–terra. Per quanto si sforzasse
non riusciva a trovare il bandolo della matassa, la ragion d’essere
di quel mostro.

Non sapeva Ci Cip che per la prima volta dopo tanti anni, per
tema degl’incendi, quella grande tenuta dove lui e gli altri
uccellini abitavano, era stata lavorata in modo che la terra non si
potesse incendiare.

Infatti dall’altra parte del paese, un automobilista aveva
gettato una sigaretta accesa ai lati della strada e tutto un grande
terreno confinante con la strada e i suoi alberi erano andati a
fuoco. Il fuoco si era poi diffuso sui terreni circostanti
coltivati e i vigili del fuoco avevano fatto fatica a domarlo.

Il proprietario del terreno incolto era stato chiamato ai danni
dai vicini. Sapendo di quel disastro, anche il proprietario del
terreno incolto di Ci Cip aveva voluto farlo lavorare per
cautelarsi contro l’eventualità di incendio.

La tecnologia dell’uomo serve più che altro a risolvere i
problemi che l’uomo stesso crea. L’autocombustione è un fenomeno
rarissimo. Occorre una scarica elettrica, un fulmine, che colpisca
un albero secco, ma di solito quando ci sono i fulmini piove anche
ed è raro che dove il fulmine cada si possa creare un focolaio
d’incendio che poi si diffonda a tutta una foresta.

Ma tutto questo Ci Cip non poteva saperlo. Se l’avesse saputo
l’avrebbe certamente capito e ciò avrebbe confermato la sua
intuizione che dietro tutti i mali c’era sempre un solo e unico
responsabile: l’uomo.

Intelligente com’era avrebbe detto: non sarebbe bastato tagliare
semplicemente l’erba per evitare la propagazione degli incendi
senza rovinare l’ecosistema della nostra terra? Della sua
tecnologia spesso l’uomo abusa e fa’ più danni che utile.

Ma per ora Ci Cip e il suo stormo dovevano pensare ad affrontare
l’inverno. Già i campi coltivati dalla natura (quelli che gli
uomini ingiustamente chiamavano “incolti”) rimasti a loro
disposizione per sopravvivere scarseggiavano sempre più.

Se poi il male dell’uomo li avesse colpiti direttamente, che
l’avessero capito o no, sarebbero comunque rimasti impotenti di
fronte ad esso. Potevano solo sperare che le disgrazie portate
dall’uomo non fossero almeno definitive.

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