Il fico bambino – Il capitale disumano

<- Il capitale disumano

Favola metaforica

C’era una volta un piccolo fico che era nato vicino un
fiumiciattolo, nel mite clima del Mediterraneo, da una minuscola
semente che aveva portato l’acqua o forse gli uccelli.

Lì l’acqua non gli mancava e soprattutto d’estate, quando per il
caldo e la scarsità di piogge quasi tutta la terra era secca e
dura, il fico, causa la vicinanza del corso d’acqua, godeva di un
terreno morbido e fresco e anche ricco di sostanze nutritive, che
l’acqua stessa portava giù nel suo lungo cammino dalle sommità dei
monti e in tra le rocce sotterranee, ricche di minerali.

Ma i campi vicini erano coltivati e ogni anno a primavera
inoltrata venivano i contadini a distruggere tutte le piante nate
vicino la preziosa risorsa idrica, per ripulire il letto del
torrentello dalle piante acquatiche e far venire più acqua che poi
deviavano verso le loro piantagioni.

Ma distruggendo le piante acquatiche che con le loro radici
trattenevano l’acqua corrente alla superficie, i contadini spesso
ottenevano l’effetto opposto a quello voluto e più acqua di prima
si perdeva in profondità nel letto del fiume.

Anche il fico, con le sue belle foglie verde scuro e i suoi
flessibili rami argentei veniva ogn’anno brutalmente straziato e
ridotto alle dimensioni di una piantina, non più in grado di
elevarsi nemmeno sopra le erbacce più vili. Una capra o qualsiasi
altro animale erbivoro non avrebbe mai fatto un danno così
grave.

Così di anno in anno, il povero fico riusciva a malapena a far
crescere le sue radici, prima che la mano dell’uomo gli tagliasse
improvvisamente busto e gambe. Dopo quel terribile macello si
sentiva quasi morto, ma non del tutto.

Il suo attaccamento alla vita, il suo istinto e anche il suo
orgoglio gli imponevano di non seccare, di non lasciarsi morire e
non darla per vinta ai suoi aguzzini e così lentamente faceva
rispuntare qualche piccola foglia per continuare a vegetare.

Solamente gli dispiaceva che mai poté dare quei frutti copiosi e
deliziosi che avrebbe prodotto se solo fosse stato lasciato
crescere liberamente. Ma egli era impotente di fronte alla falce
mortale che tutto distrugge lungo il suo cammino e per quanto si
sforzasse, non comprendeva nemmeno la necessità e le ragioni di
tanta violenza.

Tant’è vero che i suoi frutti avrebbero dato un facile
nutrimento a tanti animali e anche all’uomo stesso. Perché allora
l’uomo non li voleva e non voleva che lui crescesse e si
sviluppasse secondo natura?

Così passarono gli anni e quel fico bambino, che avrebbe dovuto
diventare ormai un grande albero adulto, era invece rimasto
piccolino, ma solo apparentemente, perché sotto sotto aveva una
radice quasi profonda come quella di un vero albero, costruita
lentamente anno dopo anno, tra mille difficoltà, nonostante le
potature forzate.

Ma un anno qualcosa improvvisamente cambiò. Nessuno venne più a
falciare la vegetazione sul bordo del ruscello. I contadini avevano
abbandonato in massa le campagne per andare a vivere nelle città a
lavorare per i capitalisti e così i loro figli, nati lì e abituati
alla vita borghese, non sarebbero più tornati a coltivare quelle
terre, che furono lasciate a sé stesse.

Quell’anno il fico, dotato di radici profonde in quel terreno
oltremodo fertile, ebbe finalmente una crescita a dir poco
miracolosa. Egli gettò lunghi rami in tutte le direzioni e grandi
foglie per catturare quanta più possibile luce del sole,
imponendosi su tutte le altre piante vicine, che prima, dopo le
brutali potature, lo sovrastavano, ma ora dovevano accontentarsi
soltanto della sua ombra.

Per due volte all’anno, a fine primavera ed autunno, egli era
carico di tanti frutti, di grande succosità e dolcezza, che
spuntavano da quel legno fibroso, apparentemente così inutile e dal
punto di vista dell’uomo buono a nulla, nemmeno a far fuoco.

Così tanti frutti che la maggior parte seccavano e poi cadevano
a terra. Qui alcuni erano mangiati da cani, topi e altri animali
affamati di passaggio, altri marcivano dopo le piogge e facevano
spuntare nuove piantine sotto l’albero, che l’avrebbero sostituito
quando poi sarebbe morto.

Con questa caduta di frutti, il grande fico riportava alla
superfice le sostanze nutritive che estraeva dalla profondità del
sottosuolo, garantendo così la fertilità degli strati più alti
della terra vicino a sé, in un ciclo continuo.

Frutti… proprio quei frutti che gli uomini non avevano voluto
che nascessero, e che nemmeno oggi volevano, dal momento che non
veniva nessun uomo a coglierne.

Ma se non gli uomini, ne approfittavano gli uccelli, soprattutto
i corvi, che col becco appuntito si cibavano della dolce polpa e
poi col loro guano ne spargevano le sementi anche a grande
distanza.

Sicché tanti alberi figli ebbe il nostro fico bambino diventato
ormai, nel giro di pochi anni, un albero grosso e robusto.

Ora che non era più un alberetto pensava che anche se fossero
tornati gli uomini, avrebbero dovuto faticare per distruggere quel
suo tronco così grosso e duro e per fare a pezzi i suoi nodosi
rami. E comunque sarebbe stato quasi impossibile estirpare le sue
profonde radici.

Ma non sapeva il fico di quali mezzi si poteva oggigiorno
servire l’uomo per distruggere la natura. Non passarono dieci anni
che quelle terre divennero edificabili. Lì sarebbe avvenuto lo
“sviluppo”, secondo i canoni dell’uomo e la natura non faceva parte
dei suoi piani.

Arrivarono ruspe e camion e uomini armati di ruggenti motosega
tagliarono dal basso tutti gli alberi. Si scavarono fondazioni,
costruirono case di cemento e strade di catrame e asfalto.

Il piccolo fiume venne deviato presso la sorgente e incanalato
in dei grossi tubi di plastica, il fico tagliato e su quella terra
grassa venne steso uno spesso strato di cemento, per bloccare luce
e aria come in una nera tomba, sicché per secoli niente più
v’avrebbe potuto crescere.

Questa fu la prematura e triste morte del “fico bambino”.

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