Il sosia – Il capitale disumano

<- Il capitale disumano

Racconto breve

Parigi. Champs–Élysées. Un caffé con i tavolini all’aperto in
una placida sera d’estate. Sullo sfondo svetta l’Arco di
Trionfo.

François è un pittore, che per vivere fa il ritrattista di
strada. Quando non ci sono clienti in posa, disegna volti,
conosciuti o immaginari, che mette in bella mostra per attirare i
clienti.

Una limousine nera si ferma davanti al caffé. Ne scende un uomo
di mezz’età in frack, dal volto tirato, seguito da due guardie del
corpo che si mantengono rispettosamente a distanza e scrutano i
dintorni. Con espressione triste e annoiata si siede ad un tavolino
all’aperto e ordina un caffé francese amaro e un croissant.

Si guarda attorno distrattamente, quando nota il pittore seduto
sulla strada lì vicino intento a disegnare. Uno scatto improvviso
quasi lo fa balzare in piedi, ma riesce a trattenere la reazione
fisica.

Quell’uomo gli somiglia paurosamente. Se non fosse per la giacca
logora e i pantaloni con le pezze, le scarpe dozzinali, il cappello
sgualcito, non lo potrebbero distinguere nemmeno le buonanime dei
suoi genitori.

Era come guardarsi allo specchio: i lineamenti del viso uguali.
La stessa fronte alta, la grossa attaccatura del naso, il viso
lungo, gli zigomi alti e carnosi. Come se non bastassse, i due
dovevano avere all’incirca anche la stessa età.

Philippe, questo era il nome del magnate finanziario, era
stupito da tante coincidenze. D’improvviso, il pittore, che non
aveva affatto notato gli sguardi curiosi del suo sosia, si alzò ed
entrò nel bar.

Philippe bevve un altro sorso di caffé, ostentando tranquillità,
per nascondere la sua ansiosa irrequietezza agli occhi delle
guardie del corpo e dopo pochi secondi entrò anche lui all’interno
del café, senza fretta, attento a non mostrare la sua agitazione.
Come di riflesso una delle sue guardie del corpo lo seguì.

Philippe vide con la coda dell’occhio che il pittore stava
entrando nella toilette. Allora ebbe un’idea, per liberarsi della
guardia che altrimenti non l’avrebbe perso di vista un momento.
Entrò anche lui nel bagno. Così il gorilla si dovette fermare ad
aspettare fuori della porta.

  • «Come ti chiami?»
  • «François»
  • «Lo sai chi sono io?»
  • «No»
  • «Sono Philippe Reinisch, il più grande banchiere del
    mondo»

Al pittore, abituato a fissare i minimi dettagli dei lineamenti
dei volti, sembrava che si stesse guardando in uno specchio magico,
che di colpo l’avesse trasformato in un gran signore. Se non fosse
in preda dello stupore per la somiglianza così perfetta, sarebbe
arrossito per non sapere di quale personaggio si trattava.

François non leggeva i giornali e non aveva nemmeno tempo di
guardare la televisione. A dire il vero non ce l’aveva proprio la
televisione e non avrebbe potuto permettersela. Non c’era altro
nella sua vita che la pittura e la preoccupazione di tirare avanti
e di non riuscire ad arrivare alla fine del mese e pagare l’affitto
del suo squallido monolocale a Montmartre, il quartiere degli
artisti a Parigi.

«Ascoltami bene, non abbiamo tanto tempo. Si tratta di uno scherzo.
Scambiamoci gli abiti. Dammi tutto anche i tuoi documenti, io ti
darò i miei»

E gli mostrò un portafoglio pieno di biglietti di grossa taglia
e varie carte di credito.

L’autorità dell’uomo e quel suo sguardo serio e razionale era
tale da incutere paura e François cominciò a spogliarsi come lui
gli aveva ordinato. Nel giro di pochi minuti lo scambio era
avvenuto.

Philippe gli aveva ordinato di uscire, pagare la consumazione e
lasciare una grossa mancia al cameriere, avviandosi poi verso la
limousine.

Gli aveva intimato di non rivelare a nessuno la sua vera
identità e lo scherzo che avevano congegnato. E di chiedere
all’autista di farsi riaccompagnare qui alla stessa ora dopo una
settimana, quando con lo stesso sistema avrebbero ripreso le loro
rispettive identità, promettendogli anche una forte somma di denaro
alla fine del gioco.

Lui, per non destare sospetti, sarebbe uscito dalla toilette
solo un paio di minuti dopo e avrebbe preso il suo posto di
ritrattista.

In qualunque situazione si fosse trovato, avrebbe dovuto
comportarsi in modo del tutto naturale. Eventuali dimenticanze,
stranezze e diversità sarebbero state attribuite alla natura
eccentrica di un ricco piuttosto che alla sua diversa identità e
poteva stare sicuro che nessuno avrebbe scoperto l’inganno.

«Un ultimo particolare ed è perfetto. Cerchi di
imitare la mia voce. Ci provi adesso.»

«Sì così va bene, non importa quello che dice,
basta che usi sempre un tono autoritario. Qual’è l’indirizzo di
casa sua?». Philippe se lo segnò su un foglietto.

Tutto avvenne come previsto e François nei panni di Philippe non
destò alcun sospetto nelle sue robuste guardie del corpo e persino
il vecchio autista che lo serviva da sempre non notò alcun
cambiamento.

La macchina ripartì subito velocemente in direzione dell’arco di
Trionfo, proseguì lungo il Viale della Grande Armata e sostò presso
il Palazzo del Congresso.

Qui si teneva una riunione a porte chiuse di tutti i più grandi
banchieri del mondo. Il tema verteva sulla recente crisi economica
e le strategie per superarla senza che che né le banche, né i
politici che aiutavano a sostenerne gl’interessi ne subissero
danni.

La discussione si teneva ad interventi singoli. Chi voleva
parlare si prenotava di volta in volta premendo un bottone e
aspettando che venisse il suo turno. Solo quando uno aveva finito,
il prossimo in coda rispondeva o esprimeva le sue opinioni.

François, che non sapeva niente, tranne il fatto che da quando
si vociferava che c’era la crisi, la gente s’era fatta più
parsimoniosa e lui vendeva meno ritratti, ascoltò per un po’ le
dichiarazioni di molti altri banchieri, prima di decidersi a
prenotarsi per dire la sua, proprio in un momento caldo della
discussione, quando oramai s’era fatto un’idea di quali fossero gli
scopi e gl’interessi di questa gente, in base a quello che s’era
detto finora.

Fosse per divertimento, ma anche per sfida, era deciso in tutto
e per tutto a fare la parte di Philippe il grande banchiere.

Del resto gli era sempre piaciuto di fare l’attore. Aveva sempre
pensato che l’arte è unica. Un artista è uno che imita la realtà a
modo suo. Così un pittore può dipingere una faccia che immagina e
un attore può plasmare sul suo volto la stessa espressione,
anch’essa frutto dell’immaginazione.

L’aria sorniona che François assunse quando disse queste parole
era esattamente quella che l’attore–pittore aveva in mente e
avrebbe potuto dipingere in tutti i particolari.

«Miei cari signori», disse.

«E’ chiaro che la crisi si supererà solo se la
gente è disposta a fare sacrifici. Ma affinché questo avvenga,
nessuno deve sospettare le vere cause della crisi»

«Pertando bisogna che noi sfruttiamo ogni nostro
potere e influenza sui mass media e i politici affinché si parli
della crisi e si convinca la gente che noi stiamo lavorando per
risolverla»

«La gente deve credere che essa sia dovuta ad
oscillazioni del mercato. Pertanto smettetela di lamentarvi e
passate all’azione, perdinci!»

Sbatté i pugni sul tavolo e si fermò un attimo. Nell’aula c’era
un silenzio totale, tutti lo guardavano con grande rispetto.

«I governi attueranno una politica di tagli e
diranno alla gente che le spese del sistema assistenziale di cui
hanno goduto finora non sono più sostenibili, ma che se si faranno
sacrifici presto ci sarà una ripresa e si ritornerà agli stessi
livelli di benessere se non superiori»

«Noi utilizzeremo lo strumento della corruzione per
ripagarli di questa loro copertura, come abbiamo sempre fatto
finora per ottenere la loro collaborazione»

«Non siamo noi che dobbiamo preoccuparci della
crisi. La gente lavorerà di più, guadagnerà di meno e coprirà
l’ammanco senza nemmeno accorgersi delle cause. Del resto non
possono fare altro che lavorare. Il nostro scopo è appunto quello
di renderli schiavi inconsapevoli»

«Non ci possiamo assolutamente permettere che
possano riconoscerci come responsabili e che si crei un odio contro
di noi. Dobbiamo evitare a tutti i costi che si ribellino»

E concluse:

«Noi finanziari dobbiamo apparire al senso comune
come uomini di successo self–made, dotati di importanti conoscenze
economiche, necessari per il buon funzionamento dell’economia e
soprattutto dinsinteressati.»

«Noi dobbiamo essere visti come i curatori della
crisi, non come la causa. Vedrete che così i nostri capitali si
salveranno e noi manterremo sempre la posizione di potere e
privilegio di cui abbiamo goduto finora. Non ho altro da dire»

Scoppiò un applauso fragoroso. François ricevette tante di
quelle strette di mano ed espressioni di elogio, congratulazione ed
approvazione da parte di tutti i principali banchieri del mondo,
che comunque non erano altro che suoi fedeli sudditi e avrebbero
applaudito a qualunque cosa lui avrebbe detto o fatto. Ma dato che
gli aveva dato realmente speranza di salvarsi la pelle, stavolta
gli applausi erano addirittura sinceri.

Poi, attorniato da una cerchia di guardie del corpo, si avviò
verso l’uscita, dove l’attendeva la folla dei giornalisti che erano
venuti apposta per raccogliere le sue dichiarazioni. François
procedeva spedito, attraverso la folla dei reporter che premevano
frementi, chiedendo insistentemente che rilasciasse qualche
commento e indiscrezione.

A un certo punto si fermò e, attorniato dai microfoni,
disse:

«Stiamo lavorando, in collaborazione con le forze
politiche e gli industriali, per risolvere la crisi senza che ne
risultino danni al sistema economico.»

«Siamo consapevoli che ci saranno da fare grossi
sacrifici per tutti, ma ormai siamo in ballo e bisogna ballare. Io
sono fermamente convinto che ogni sforzo sarà ripagato. Mi sento di
poter prevedere che già verso la fine del prossimo anno avremo una
ripresa, una crescita dell’economia.»

Detto ciò riprese a dirigersi verso la macchina, mentre il suo
cordone di guardia gli spianava rapidamente la via e la folla dei
giornalisti tentava inutilmente di formulare altre domande.

Un’ora dopo le sue dichiarazioni erano in primo piano sui
telegiornali di tutte le TV, ripetute ad ogni edizione per tutta la
giornata e stampate a caratteri cubitali nella prima pagina di
tutti i giornali, insieme ad una istantanea della sua apparizione
all’uscita del palazzo del congresso e tutte le maggioranze
politiche del mondo gli facevano eco.

Persino le borse che da un pezzo chiudevano in negativo, oggi
registrarono un significativo rialzo.

Probabilmente l’unico che non aveva letto il giornale era il
vero Philippe, che quel giorno aveva avuto una giornata tutt’altro
che gloriosa, ma nonostante ciò non era affatto pentito dello
scherzo che aveva architettato.

La vita gli si era fatta più difficile e interessante ed era
esattamente quello che voleva provare lui quando gli venne l’idea
della sostituzione, per cercare di uscire dalla noia di vivere che
lo affliggeva a morte.

Uscito dalla toilette, aveva subito preso il posto del pittore.
Nel suo taccuino il suo sosia stava lavorando ad un ritratto di una
donna, ma non c’era nessuna cliente lì in attesa. Doveva trattarsi
di una ragazza immaginaria. O forse era una sua conoscenza?

Mancavano ancora alcuni particolari del volto, ma aveva lunghi
capelli neri e lisci, riuniti in una lunga coda arricciata. Gli
occhi erano verdi, il naso morbido, le labbra grandi e sensuali,
l’intero volto era di tipo ovale e ben proporzionato.

Chi poteva essere questa donna? Aveva un qualcosa di magnetico,
che l’affascinava. L’avrebbe certamente chiesto a François quando
si sarebbero rivisti alla fine della settimana.

Stava ancora rimuginando sul ritratto incompiuto della ragazza,
quando un turista tedesco gli si presentò.

«Mi faccia un ritratto», disse in un francese un po’ tedesco e si
mise in posa autoritaria, quasi militaresca.

Philippe non aveva mai disegnato in vita sua. Forse l’aveva
fatto quand’era molto piccolo, ma non se ne ricordava e molto
probabilmente si era trattato dei soliti scarabocchi che ogni
bambino fa più per gioco e divertimento che per intento
artistico.

Tuttavia era deciso a calarsi nella parte di François. Dopotutto
lui era una persona importante e François chi era? Così girò la
pagina del grosso taccuino, prese la matita e cominciò a guardare
il soggetto e tirare delle linee. Erano passati 10 minuti quando
disse:

«Ho finito».

Il tedesco guardò il suo ritratto. Le proporzioni del suo volto
erano tutte sbagliate. I particolari erano malfatti e confusi e
mancava un corretto gioco di luci e ombre.

C’è da dire che come primo disegno non era poi complessivanente
tanto male, che ogni artista in fondo ha cominciato così e che un
po’ comunque gli assomigliava, ma certo non ci si aspettava da un
ritrattista professionista un’opera così grossolana.

«E lei sarebbe un pittore!», rispose il tedesco indignato per il
fatto che gli occhi erano storti proprio come i suoi. Era questo
l’unico particolare che sembrava il pittore fosse stato capace di
cogliere con esattezza e che invece avrebbe dovuto cercare di
nascondere.

«Lei non potrebbe dipingere nemmeno le pareti di
una casa!»

Philippe era divertito. Se quell’uomo avesse saputo chi era
veramente lui, avrebbe dovuto fingere di apprezzare il
ritratto.

Raccolse le sue cose e si avviò verso casa. Quasi un’ora a
piedi, perché nel portafogli non aveva che poche monete.

In quelle scarpe dure, i piedi gli facevano male. Si sentì
stupido per avere dato tutti i soldi che aveva in tasca a François,
ma non poteva certo prevedere che questi fosse ridotto così male.
Come faceva a sopravvivere quel François, si chiese?

Probabilmente contava di vendere qualche ritratto e si sarebbe
fermato ad ogni café o ristorante lungo la strada di ritorno a casa
in cerca di clienti per tentare almeno di guadagnarsi la
giornata.

Non ebbe difficoltà a trovare la soffitta polverosa dove abitava
l’artista. Il monolocale era pieno di quadri e disegni e agli
angoli bisognava stare attenti a non sbattere la testa contro il
tetto che scendeva a spiovente.

Per cena trovò solo un pezzo di pane raffermo e una scatola di
fagioli. In vita sua non aveva mai mangiato del pane così duro, ma
stranamente sembrava quasi che la novità gli fosse sembrata buona.
Pensò che era dovuto alla fame, che ti fa sembrare tutto più
saporito.

Se ne andò a dormire, convinto che domani avrebbe posto fine a
quella commedia, che ora non trovava più tanto divertente come
prima.

L’unico problema era come avrebbe fatto a raggiungere la sua
residenza che era lontana, in un castello medievale nel
dipartimento di Essonne a sud di Parigi, senza avere soldi a
sufficienza per pagarsi un trasporto. Avrebbe trovato un modo.

Forse rivelando la sua vera identità, qualcuno lo avrebbe
aiutato, non foss’altro che per la ricompensa che gli avrebbe
promesso una volta arrivati. Non ci pensò più e stanco per la lunga
camminata si addormentò di un sonno profondo, senza sogni.

Lo svegliò la mattina presto una brutta scampanellata. Era la
padrona di casa, che abitava al piano di sotto.

  • «Come le viene in mente di bussare così a quest’ora?»
  • «Ma guarda, l’ho disturbato il signorino! Sono due mesi che non
    mi pagate l’affitto e tra un po’ faranno tre»
  • «Andate via e lasciatemi dormire ancora un po’. Vedrete che
    domani la pagherò»
  • «Dite sempre così. Ah, ma questa situazione non durerà! Io le
    darò lo sfratto, sa!»
  • «Che è colpa mia se per via della crisi i quadri non si
    vendono?»

Visto che quella donnaccia non aveva intenzione di smettere di
litigare, detto questo Philippe la spinse fuori a forza e chiuse la
porta col chiavistello interno.

Incurante delle rimostranze della donna che continuavano sul
pianerottolo e ancora in preda del sonno, tornò a buttarsi sul
letto, mettendosi di lato, perché quel materasso tutto infossato
gli aveva fatto venire il mal di schiena.

Si svegliò un paio d’ore dopo e gli giunse all’orecchio uno
strano squittìo. Era un piccolo topolino che intravide sotto il
tavolo nel momento in cui stava aprendo gli occhi ancora
assonnati.

Evidentemente era andato a mangiarsi le briciole di quel pane
raffermo che erano cadute la sera prima. L’animaletto continuava a
guardarlo e a squittire con quei suoi occhietti neri e lucidi e il
naso a punta con i baffetti, per nulla spaventato.

Evidentemente doveva riconoscere il padrone di casa e questi non
aveva mai tentato di scacciarlo. Solo quando Philippe si levò
infilandosi quei duri scarponi, il topo si andò a nascondere dietro
le schiere di quadri appoggiati negli angoli sotto la tettoia.

Era già pronto per uscire, perché aveva dormito vestito. Con
cautela aprì la porta di casa e spiò fuori, perché non aveva
affatto voglia di litigare di nuovo con quella megera della padrona
di casa. La donnaccia non c’era, per fortuna, e si precipitò lungo
le scale trovandosi presto fuori da quella topaia polverosa.

François invece aveva trascorso bene la notte. Dopo un’ora erano
arrivati al castello medievale in Essonne e lui non poteva credere
ai suoi occhi.

Ognuno ha le sue immaginazioni riguardo a come vivono i ricchi,
i nuovi re del capitalismo che hanno sostituito quelli della
passati della nobiltà, ma la realtà supera ogni fantasia.

Proprio un immenso castello medievale con tanto di fossato e
ponte d’ingresso, circondato da una immenso territorio privato con
meravigliosi giardini, un laghetto e persino una foresta e
territorio di caccia. Niente da invidiare alla residenza di un
sovrano.

Un meraviglioso atrio d’ingresso a vetri lo accolse nell’interno
e il segretario lo salutò informandolo delle comunicazioni ricevute
e lo condusse nel suo studio.

Lì François prese delle carte in mano e passò la giornata a
visitare gli ambienti, fingendo di essere immerso nello studio e
avere bisogno di ispirazione vagando per il castello.

Il salotto accanto al suo studio era tappezzato da arazzi
preziosi e armi antiche erano appese alle pareti. C’erano in bella
mostra finanche armature originali di antichi cavalieri.

La libreria era molto grande, e c’erano molti libri antichi
presumibilmente di gran valore, ma non sembrava che fosse molto
frequentata, visto che tutti i volumi erano al loro posto. Non ce
n’era nemmeno uno sui pregiati tavoli di noce stile Rinascimento
italiano e non c’era nessun bibliotecario ad occuparsi
permanentemente del locale, mentre le altre stanze erano piene di
personale.

La cucina principale era grandissima e perfettamente attrezzata.
Vi stavano lavorando una moltitudine di chef e i loro assistenti.
Nel vederlo, il capo degli chef, gli si avvicinò ossequioso,
pensando che fosse venuto lì a controllare.

«Non preoccupatevi signore, tutto sarà perfetto per il ricevimento
di stasera».

François che aveva saputo del ricevimento solo ora annuì e
disse:

«Bene».

E passò a visitare la sala da pranzo principale, che era
grandissima, di circa 500 metri quadrati. La lunga tavola che
l’attraversava era stata già perfettamente imbandita e l’ambiente,
decorato da pregevoli pitture medievali, era profumato dai numerosi
fiori che erano stati disposti al centro della tavola e nei
portafiori alle pareti.

Tra le altre cose c’era anche un centro sportivo, una grande
piscina, un teatro, una cappella e nel grande piazzale interno
l’elicottero privato parcheggiato su una regolare piazzola
d’atterraggio.

Innumerevoli erano le camere da letto, di vario stile
architettonico interno e la maggior parte tutte provviste di bagno
privato. Per la prima volta nella vita François fece uso della
grande vasca idromassagio nel suo bagno privato. Lui non se ne
intendeva, ma i rubinetti dovevano essere d’oro per quanto
luccicavano. Dopo quel trattamento nessuno avrebbe potuto
sospettare annusandolo che era uno squattrinato pittore non molto
pulito che viveva in una polverosa topaia parigina.

Ad insaponarlo e poi asciugarlo e massaggiarlo con olii
profumati, erano state delle inservienti, peraltro molto giovani e
carine. François le guardava in modo malizioso, ma loro tenevano lo
sguardo basso e agivano in modo puramente professionale, quindi
capì che erano abitualmente trattate solo come servitù dal
legittimo proprietario del mainiero.

Si chiese allora chi avrebbe soddisfatto i desideri sessuali di
Philippe, che probabilmente dovevano essere proporzionati
all’importanza del personaggio. Non aveva una moglie o una lady o
un’amante? Perché questa non s’era ancora fatta vedere?

La risposta gli venne data durante il sontuoso ricevimento di
quella sera, che vide partecipare molti degli stessi banchieri che
avevano preso parte alla riunione insieme alle loro rispettive
consorti.

Un vero e proprio festeggiamento, un pranzo luculliano e poi
fiumi di champagne durante i balli successivi nell’ampio salone
delle feste. Alla faccia della crisi e della gente che stringeva la
cinghia, pensò tra sé François, ancora ricordandosi della sua
misera vita poche ore fa.

Erano presenti anche alcuni politici importanti, e dei cardinali
imporporati di rosso. Se non fosse che erano state invitate anche
alcune attrici e modelle, di bellezza ce ne sarebbe stata ben poco
tra gli esponenti dell’alta società. Fu proprio una di queste, una
dama che era il prototipo della bellezza francese, che attirò
l’attenzione, per non dire il desiderio di François.

«Potrei invitarla a ballare, Mademoiselle?»

La ragazza accettò senza dire niente, ma sorrise in modo
strano.

  • «Potrei chiedere qual’è il suo nome?»
  • «Dovreste conoscermi, signore. Sono una delle vostre
    concubine», risposte la ragazza per nulla preoccupata della gaffe
    del suo padrone.

Evidentemente l’harem del banchiere doveva essere ben fornito.
Quella notte François si dimostrò molto più focoso del suo
sosia–benefattore, che probabilmente era già abituato a quei
giochetti con più donne nello stesso letto.

Tornando alla giornata di Philippe, era appena uscito fuori in
strada quando si sentì chiamare alla spalle da una voce di donna
mielata.

«François!».

Se non fosse stato per quella voce sensuale, Philippe non si
sarebbe nemmeno voltato, non riconoscendosi più nei panni logori e
sporchi di François. Ma il destino voleva che dovesse cambiare
improvvisamente idea. Era la ragazza del ritratto, che corse
sorridente ad abbracciarlo.

Philippe si innamorò subito di lei, a prima vista, anzi meglio a
seconda, visto che già s’era innamorato del suo ritratto
incompleto.

«Come stai? Ti trovo bene! E’ passato tanto tempo. Non ti sei
dimenticata di me, vero? Sono sempre la tua piccola Lily.»

La ragazza era allegra e loquace, ma Philippe era rimasto
spiazzato dall’incontro improvviso e non sapeva che rispondere,
ammaliato dalla sua bellezza. Lei, si accorse compiaciuta di quel
cambiamento, di quell’improvviso interesse per lei e gli
sorrise.

  • «Sono venuta qui a Parigi per te. Sai, mio padre è morto»
  • «Mi dispiace», riuscì a rispondere convenevolmente lui. Ma lei
    non sembrava affatto triste ora.
  • «Non importa disse lei. Era vecchio e se n’è andato via felice.
    Ora siamo rimaste io e mia madre, la fattoria da portare avanti e
    la terra da coltivare. François… lascia stare Parigi e torna con me
    in campagna»

In un attimo Philippe comprese che probabilmente quel François
abitava prima in campagna, lei era la sua fidanzata e poi lui era
venuto qui a Parigi per cercare di fare fortuna come ritrattista,
mentre lei era rimasta là.

«Avanti, fai la tua valigia e andiamo alla stazione a prendere il
treno delle 11»

Philippe aveva un harem nel suo castello di bellissime donne di
varie nazionalità, ma quella valeva per lui mille volte di più ed
era mille volte più bella. Ora desiderava quella donna più
qualsiasi cosa al mondo e avrebbe dato la sua intera fortuna per
averla senza pensarci due volte. La afferrò per le braccie, la
scosse e le disse:

  • «Ascoltami bene. Io ti amo e sono ricco. Ti farò vivere come
    una principessa. Dobbiamo andare a Essonne per potermi riprendere
    ciò che è mio, ma io non ho soldi per il viaggio.»
  • «Non ti preoccupare, ho io i soldi, ma non per andare ad
    Essonne, ma per tornare a casa mia insieme», disse lei, sorridendo
    e guardando il suo vestito e le pezze sui ginocchi dei pantaloni e
    i gomiti della giacca. «Non m’importa se sei povero o ricco, ma
    vedrai che in campagna saremo ricchi e felici in un altro
    modo»
  • «Lily, ti prego, facciamo come dico io, poi se vuoi potremo
    andare»

Ma non c’era niente da fare, la ragazza non gli credeva.
Philippe non poteva dirgli di essere il sosia di François per paura
di perderla. La sua unica speranza era di farsi riconoscere dalle
guardie all’ingresso del suo castello, lasciando che Lily lo
aspettasse a distanza e raccontare ai suoi dipendenti dello
scambio, provando la sua vera identità sulla base delle sue
conoscenze della sua vita passata, dell’interno del castello, di
qualsiasi altra cosa che lo potesse distinguere dal suo sosia.

Se avesse trovato il modo di convincere Lily ad andare al suo
castello, avrebbe benissimo potuto ordinare alle guardie di far
andare via il suo sosia con un compenso in denaro che lo rendesse
soddisfatto, senza che Lily avrebbe mai potuto sospettare niente
che lui non fosse François.

Ma lei era irremovibile. Gli prese la mano e lo tirò per un
braccio.

«Andiamo, disse. Si torna a casa, al nostro piccolo paese»

Philippe non riuscì ad opporre resistenza e la seguì senza dire
più niente. Non gli importava più niente delle ricchezze materiali
ora che aveva la vera ricchezza spirituale, l’amore, che prima non
conosceva affatto. Da quel momento in poi, Philippe era
definitivamente diventato François.

Durante il viaggio mentre si tenevano per mano e si guardavano
sorridendo, un’ultima preoccupazione venne a galla dal fondo della
vita passata di Philippe e per un attimo il suo volto assunse
un’espressione preoccupata e crucciata.

Stava pensando a cosa sarebbe successo quando François tra sei
giorni sarebbe andato all’appuntamento a quel café dei
Champs–Élysées e non lo avrebbe trovato. Un ragionamento logico gli
corse veloce nella mente. Certo, se nessuno aveva scoperto ieri che
lui non era lui, era improbabile che lo scambio di persona venisse
mai scoperto.

Con tutta probabilità François era stato felice di navigare
nell’oro e non trovandolo, avrebbe continuato a fare la parte di
Philippe senza dire niente, finché lui non si facesse vivo. Per
scrupolo, avrebbe forse fatto controllare il suo appartamento in
modo discreto e saputo che era scomparso, si sarebbe sentito la
coscienza a posto nei suoi riguardi, non potendo fare di più per
tentare di rintracciarlo.

  • «Cosa c’è che ti preoccupa, tesoro?», gli disse la
    ragazza.
  • «Niente, rispose lui» e torno a sorriderle soddisfatto.

Tutto si vende, tranne l’amore, che non si può comprare, pensò
tra sé. In un giorno era diventato un altro uomo e tutto grazie a
Lily.

Philippe aveva sostanzialmente ragione sul fatto che François
avrebbe voluto rimanere Philippe, ma la storia non sarebbe stata
proprio come immaginava lui.

François si svegliò in un principesco baldacchino con tende di
seta bianca, insieme a tre delle sue belle concubine, tra cui
quella che aveva conosciuto per prima la sera al ballo. Le donne
ancora dormivano e la sua dama preferita aveva la testa appoggiata
al suo petto.

François era inquieto. Spostò i corpi e le braccia delle amanti
facendo attenzione a non svegliarle e liberatosi di ogni contatto
con loro, riuscì a scendere dal letto e cominciò a rivestirsi.

La sua preoccupazione principale era che tra 6 giorni quella
pacchia sarebbe finita. Sì, Philippe gli aveva promesso una
ricompensa, ma cos’era una misera ricompensa in confronto ad una
vita così. Di certo la generosità di Philippe non gli avrebbe
cambiato di molto la vita. E poi s’era dimostrato già alla riunione
e anche al ricevimento la sera prima, che lui l’avrebbe saputa fare
la parte di Philippe, anzi molto meglio di Philippe stesso.

Stava finendo di abbottonarsi la camicia di pura seta morbida
fino al collo, quando si fermò fulminato da un’idea. Ma certo!
Bisognava in qualche modo liberarsi del vero Philippe prima della
fine della settimana. Se ci riusciva senza testimoni, lui sarebbe
rimasto Philippe e nessuno se ne sarebbe mai accorto.

Con il suo denaro, non avrebbe avuto certo difficoltà ad
assumere un killer, ma data la sua somiglianza con la vittima,
questi avrebbe scoperto il suo gioco e comunque sarebbe stato un
testimone che avrebbe potuto ricattarlo. Non c’era altra scelta.
Avrebbe dovuto incaricarsi direttamente lui dell’omicidio.

D’ora in poi tutti i suoi sforzi sarebbero stati dedicati a
questo scopo. Se fosse riuscito, la ricompensa sarebbe stata
immensa. Doveva riuscire. Non gli si sarebbe potuta presentare
un’altra occasione così nella vita.

Bisognava però muoversi in fretta. Philippe avrebbe potuto
stancarsi di quella vita di pezzente che conduceva, la stessa che
anche lui prima menava e che conosceva bene, e presentarsi per
porre fine allo scherzo prima del termine previsto.

François però non aveva mai ammazzato nessuno, né tantomeno
maneggiato una pistola prima d’ora. Avrebbe avuto bisogno di fare
pratica e soprattutto di procurarsi di nascosto una pistola. E poi,
come avrebbe fatto a commettere l’omicidio senza essere visto, dal
momento che ogni volta che usciva lo attendevano alla porta quelle
sue due guardie del corpo?

Il primo problema lo risolse in mattinata stessa. Il castello
aveva anche un’armeria e annessa una sala per le esercitazioni di
tiro. Disse all’istruttore che lavorava sempre lì di volersi
applicare d’ora in poi molto seriamente alla caccia nella riserva
personale e per maggior divertimento con le sue prede (renne,
anatre, fagiani e cinghiali selvatici) aveva bisogno di migliorare
le sue capacità di tiro.

«Sa che lei tira già molto meglio dell’altra volta! Sta migliorando
molto velocemente», disse con soddisfazione l’esperto d’armi.

Evidentemente François aveva una predisposizione per l’uso delle
armi che non sapeva d’avere visto che era la sua prima volta.

«Beh, mirare con questi fucili a canne lunghe è facile. Dovrei
provare con un’arma a canna corta, come una pistola».

E così François fece pratica di tiro anche con la pistola contro
le sagome del poligono e scoprì che uccidere un uomo puntando al
cuore a distanza ravvicinata è piuttosto semplice. Basta mantenere
l’arma parallela all’orizzonte e puntare un po’ più a destra del
centro del petto, correggendo la mira se l’uomo si dovesse spostare
prima dello sparo.

«Ora voglio vedere come spari tu», disse all’istruttore, che si
sentiva tutto contento di quelle confidenze, di essere trattato
come un amico a cui si dà del tu e della improvvisa passione per le
armi del suo padrone.

Mentre sparava, non si accorse che una delle tante pistole con
silenziatore era finita nella tasca del padrone, che l’avrebbe
rimessa a posto sempre con lo stesso stratagemma alla prossima
lezione, subito dopo l’omicidio.

Il guaio è che non c’era nessuna speranza di riuscire ad uscire
da solo senza essere visto da quel bunker di castello. Senza
passare dalla porta dove l’attendevano sempre le sue guardie del
corpo e senza rompersi l’osso del collo e senza essere veduto dalle
altre guardie disposte anche lungo il fossato.

Tuttavia si rese conto che niente di tutto questo era
necessario. Sarebbe andato con le guardie del corpo il suo autista
la mattina molto presto direttamente a casa sua a Montmartre.
Sarebbe stato facile dire all’autista che voleva cercare un vecchio
amico pittore di particolare stile per farsi fare un ritratto.

Avrebbe bussato alla sua porta, svegliando Philippe e dicendo
che voleva parlargli. Le guardie come al solito lo avrebbero
aspettato sul pianerottolo, mentre Philippe non sarebbe uscito così
svestito e non le avrebbe notate.

Chiusa la porta avrebbe tirato fuori il revolver e gli avrebbe
subito sparato col silenziatore, prima ancora di iniziare a
parlare. Assicuratosi che l’uomo fosse morto, sarebbe rimasto un
po’ per simulare una conversazione e poi sarebbe uscito, fingendo
persino di salutare l’uomo prima di richiudere la porta davanti a
sé.

Ora aveva tutta la necessaria freddezza per agire così. Anche
ammesso che le sue guardie del corpo o il suo autista leggessero il
giornale, non avrebbero certo mai avuto il coraggio di accusarlo e
perdere il lavoro. E comunque con tutti i delitti che avvengono a
Parigi ogni giorno, per i più svariati motivi, è poco probabile che
i giornali avrebbero dato gran eco all’omicidio di un oscuro
ritrattista.

Così agì il giorno dopo stesso, tranne che nessuno rispose al
campanello. Nel discendere, prima di tornare nella Limousine che lo
aspettava, notò che sul portone d’ingresso c’era un cartello «Loft
à louer», sicuro segno che Philippe doveva essere andato via già
ieri.

Forse era ancora meglio così. Si sarebbe rifatto vivo? A questo
punto non gli restava che aspettare l’appuntamento prestabilito al
Café. Avrebbe potuto farlo fuori nel bagno sempre con la pistola a
silenziatore, in un attimo in cui non c’era nessuno ed
effettivamente quel bagno era poco frequentato.

Una volta morto, lo avrebbe messo a sedere su una tazza del
water in uno degli stanzini e ci avrebbero messo del tempo per
accorgersi del delitto e sicuramente non avrebbero potuto
facilmente collegarlo a lui.

Ma nemmeno questo avvenne, all’appuntamento non c’era nessun
pittore. Più passava il tempo, più François era convinto che
Philippe non si sarebbe fatto più rivedere. E anche se fosse,
oramai lui era diventato Philippe a tutti gli effetti. Sapeva farlo
bene adesso il suo mestiere, anche meglio di lui.

Tuttavia dopo nemmeno un anno, quel tipo di vita cominciò a
stancargli. Cominciava ad annoiarsi. La mancanza di difficoltà, di
obiettivi per cui lottare ed applicarsi lo deprimeva. Sembrava che
tutto fosse già pronto e disponibile per lui.

Da quanto era diventato Philippe non aveva più dipinto. Poteva
permettersi di comprare tutti i quadri più costosi già bell’e’
pronti e non aveva senso mettersi ore ad ore a lavorare ad un
dipinto per avere qualcosa di bello. Quando si hanno tanti soldi,
il bello si può comprare direttamente senza fatica.

In realtà, non provava più interesse per niente, nemmeno per il
bello o l’arte. Tutto gli sembrava inutile. Il mondo gli pareva
solo un’enorme macchina finanziaria. La vita stessa era inutile.
Fare soldi era inutile, ne aveva già a tonnellate, ma per mantenere
quella sua attività era necessario.

Così François cominciò a soffrire della stessa malattia del suo
predecessore Philippe. Se avesse avuto un’adorazione per il denaro,
sarebbe stato immune dalla malattia. Ma non è comune nemmeno per i
ricchi soffrire della sindrome di Zio Paperone e provare piacere
nel fare il bagno in un deposito pieno di contante.

Come pure non sarebbe stato facile trovare un altro sosia o
ritrovare il vero Philippe e tornare ad essere François. Con tutti
quei soldi non poteva nemmeno comprarsi la solitudine. Le guardie
del corpo lo seguivano ovunque quando usciva, perché una volta un
fanatico no–global e comunista aveva tentato di assassinarlo.

In preda alla depressione, una sera François si tagliò le vene e
il giorno dopo fu ritrovato morto dissanguato nella sua camera.

Philippe invece aveva sposato Lily e si occupava della fattoria.
Nel molto tempo libero che aveva durante l’inverno, si applicò
all’arte del disegno, quasi per gioco, pensando che gli avrebbe
permesso ancora di più di fare la parte di François.

E’ incredibile quali furono i suoi progressi nel giro di pochi
mesi. Dopo un anno era diventato bravo come François e una volta
sicuro della sua mano, volle applicarsi a finire il ritratto di
Lily, con un risultato che fece stupire la stessa Lily.

Lo stesso giorno della morte di François, Philippe stava
seminando nell’orto della fattoria. Un vecchio professore in
pensione, che abitava in una casa vicina, come ogni giorno passò
per la strada che attraversava la sua terra, col giornale
sottobraccio.

  • «Buongiorno François!»
  • «Buongiorno professore!»
  • «Che fa oggi?»
  • «Semino, tra un po’ la famiglia crescerà»
  • «Ah, che bella notizia! Auguri allora!»
  • «Grazie. Perché non si siede qui al fresco a leggere il suo
    giornale», disse indicandogli una delle panchine sistemate ai lati
    del giardino, sotto folti alberi di mele.

Intanto Philippe continuava a lavorare nell’orto. Il professore
aprì il giornale e lesse la notizia in prima pagina.

«Ha sentito? Il famoso banchiere Philippe Reinisch, uno degli
uomini più ricchi del mondo si è suicidato nel suo castello
nell’Essonne»

Philippe, che era piegato a lavorare sul terreno, trasalì e si
rizzò di scatto. Quel suicida doveva essere lui! Il professore notò
la strana reazione del contadino, ma non poteva certo immaginarne
la causa.

  • «Allora, non dice niente?»
  • «Mio caro professore, purtroppo non esiste più l’uguaglianza
    naturale tra gli uomini e nemmeno una mezza misura d’uguaglianza.
    Il capitalismo non pone limiti alla ricchezza o alla povertà.»

    «Ora il dramma dei poveri è che vogliono diventare
    ricchi. Il dramma dei ricchi è che vogliono diventare poveri. Per
    fortuna e sfortuna, solo pochi ci riescono». E continuò a rivangare
    la terra.