Introduzione dell’autore – Il capitale disumano

<- Il capitale disumano

Oggigiorno si conosce
il prezzo di tutto,
ma non si conosce
il valore di niente

– Oscar Wilde

Prima di 20.000 anni fa l’uomo era cacciatore e raccoglitore.
Poi è iniziata l’agricoltura e l’allevamento, una forma primitiva
di tecnologia. Infatti il carro, la zappa, l’aratro, il mulino sono
state le principali realizzazioni tecniche di questo periodo.

Con l’agricoltura l’uomo, invece di essere nomade e spostarsi
per raccogliere quello che nasce spontaneamente nel luogo dove ci
sono le condizioni affinché questo avvenga da sé, si è stabilito in
un posto e ha cercato lui stesso di creare le condizioni per far
nascere in quel posto tutto quello di cui aveva bisogno.

Questa sua idea si è spesso rivelata problematica e soggetta a
insuccessi. Già il solo fatto di indovinare il momento giusto per
la semina è difficile, mentre se le sementi si trovano già in
terra, la natura sa quando è meglio farle spuntare e ogni anno i
tempi sono diversi.

Inoltre è spesso difficile immaginare quali possano essere le
conseguenze del lavoro umano che interferiscono con il corso della
natura.

Ad esempio, zappando la terra nel periodo invernale o autunnale,
si può accelerare la crescita di alcune piante, come ad es. le
fave, ma se poi arrivano i geloni, le piante più sviluppate di
solito non resistono, mentre quelle cresciute più lentamente
secondo natura subiscono meno danni ed hanno maggiori capacità di
ripresa e comunque accelerano la loro crescita durante la prima
primavera.

L’uomo, già con questa sua prima forma di tecnologia,
l’agricoltura, ha pensato di volersi sostituire alla natura ma, non
potendone avere una conoscenza completa, è rimasto spesso con
iscorno e beffato. Non è nemmeno detto che la natura sia
conoscibile. Potrebbe benissimo darsi che, come sosteneva il
filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, essa sia inconoscibile;
difatti a tutt’oggi rimane ancora qualcosa di magico come lo era
per l’uomo primitivo.

Per quanto i nostri mezzi di indagine si stiano facendo sempre
più precisi per indagare il piccolo dell’atomo e il grande
dell’universo, non sembra che ci sia un traguardo che completi la
nostra conoscenza; anzi, man mano che la conoscenza scientifica
aumenta, si aggiungono domande su domande che diventano sempre più
raffinate e difficili.

Tornando all’agricoltura, l’uomo sperava di poter soddisfare con
essa più facilmente i suoi bisogni, ma in realtà il lavoro
necessario non diminuì. Con la formazione delle prime città i
problemi anzi aumentarono. Concentrare un elevato numero di persone
in uno spazio ristretto ha creato problemi ambientali, igienici, di
approvvigionamento, trasporti e sicurezza e non ha aumentato la
ricchezza e la felicità umana.

Per secoli il mondo è andato avanti così: schiavitù, servi della
gleba, colonialismo, imperialismo, sfruttamento del proletariato da
parte di una élite che accampava diritti di nobiltà e
intermediazione religiosa con Dio, e che in seguito è stata
sostituita dai ricchi capitalisti proprietari dei mezzi di
produzione industriale.

Sono queste brutte cose che hanno permesso solo a pochi uomini
di vivere nel lusso, mentre a tutti gli altri non è stata concessa
che una miserabile vita, spesso avulsa persino dal contatto con la
natura incontaminata e dalla sua gratuita generosità.

A distanza di non più di 3 secoli dall’inizio della rivoluzione
industriale, nonostante le apparenze, la situazione non è
sostanzialmente migliorata, anzi per certi versi è andata sempre
più peggiorando. La tecnologia ha continuato a fare progressi, dai
telai meccanici e dalle macchine a vapore si è passati ai cellulari
e ai computer, ma il lavoro dell’uomo non è diminuito.

Nonostante la tecnologia, abbiamo meno tempo libero di prima. Le
nostre necessità di base sono le stesse di 130.000 anni fa: il
cibo, un riparo contro le intemperie e vestiti per difendersi dal
freddo, ma non sono ancora garantite per tutti.

Oggi esiste un grande substrato di economia dei servizi e del
commercio, ma la base economica rimane sempre la produzione del
cibo e degli oggetti utili alla sopravvivenza, che sta diventando
sempre meno qualitativa e problematica.

L’inquinamento e la poca disponibilità di cibi freschi e
naturali ha minato la salute dell’uomo, diminuendo la sua
aspettativa di vita, nonostante la sua presunzione di poter capire
il funzionamento del corpo umano e curarlo con la medicina.

Ma in realtà il corpo dell’uomo è una complessa manifestazione
della natura ed è probabile che sia anch’esso inconoscibile come la
natura stessa.

La grossolana tecnologia medica dell’uomo difatti cura, e spesso
altrettanto grossolanamente, solo i sintomi o manifestazioni
esterne delle malattie e non ha idea delle cause interne.

L’ignoranza dell’uomo è tale che il suo intervento spesso
produce pericolosi squilibri: nel tentativo di curare o anche solo
prevenire una malattia, se ne possono causare altre ancora più
gravi.

Per soddisfare questi suoi bisogni di base, più altri spesso
inutili e insoddisfacenti, l’uomo di oggi è costretto a lavorare
anche più dei primitivi e spesso in condizioni peggiori: sotto
stress, in un ambiente inquinato e senza maggiore garanzia di
successo di quella che avevano i primi contadini.

Com’è stato possibile che l’avanzamento tecnologico non abbia
migliorato decisamente le condizioni generali di vita di tutti?

Da una parte perché la tecnologia è stata abusata e spesso usata
contro natura, senza chiedersi quali fossero le conseguenze e senza
nemmeno imparare dai propri errori. Questo ha certamente diminuito
il valore e l’effetto della tecnologia, ma non basta da solo a
spiegare il mancato benessere per tutti.

La risposta è ovvia: la diseguaglianza. Come dire, per ogni
100.000 poveri c’è un ricco. Ancora oggi c’è un ristretto numero di
persone che si è arricchito a dismisura, mentre la maggior parte
della gente lavora per loro.

Questo tipo di organizzazione sociale ed economica fortemente
antidemocratica è stata imposta dall’alto come la migliore
possibile. Si tratta della più grande truffa perpetrata ai danni
delle masse, ma le proteste sono state pochissime.

Il sistema economico capitalista ha un andamento ciclico
instabile e produce crisi periodiche. Nel mio paese, l’Italia, il
capitalismo non ha mai funzionato in un regime di vera legalità e
libera concorrenza. Piuttosto è degenerato in corruzione,
malapolitica e criminalità, con il risultato che le risorse
naturali, artistiche e intellettuali del paese sono state
rovinate.

Intere generazioni, formate da giovani e non, sono oggi ridotte
in povertà maggiore dei loro nonni e sono sempre di meno le
categorie di lavoratori che riescono a mantenere i loro diritti.
L’emigrazione giovanile ha privato il paese dei migliori cervelli,
consegnando al capitalismo estero risorse che spesso non sono state
adeguatamente apprezzate nemmeno nel Paese di arrivo. Eppure non
c’è stata alcuna protesta, nemmeno una flebile manifestazione di
dissenso.

Gli Stati dovrebbero porre un freno ai guadagni dei singoli,
introducendo sia un limite superiore sia uno inferiore di reddito
individuale. Ma piuttosto che occuparsi del benessere della gente
essi sono servi dei padroni capitalisti e nessuna misura di questo
genere è stata mai presa, in nessuno Stato del mondo.

Il capitalismo è stato lasciato libero di agire, con la vana
speranza di una sua auto-regolazione e automatico funzionamento, ma
questo capitalismo selvaggio si è rivelato essere il peggiore di
tutti i possibili sistemi economici.

Dopo tanti fallimenti, oggi l’unica via d’uscita per salvare la
terra dal degrado e dall’inquinamento, produrre stabilità, rendere
di nuovo la gente felice di vivere è il ritorno alla civiltà
contadina e agli antichi mestieri, ad una vita più semplice e vera
ed a contatto con la natura, dove la produzione non è fatta di
oggetti tutti uguali, ma al contrario tutti diversi, artistici e
personalizzati.

L’uomo deve riconoscere di aver sbagliato e deve fare un gran
passo indietro. Le città sono strapiene come formicai, care,
inquinate e piene di ladri, mentre le campagne o sono spopolate o
vengono straziate dalle imprese agricole, che producono
intensivamente quel cibo insipido e pieno di chimici per sfamare
più del 50% della popolazione che vive concentrata nelle città.

Però manca la volontà dei politici e anche quella del popolo per
attuare tutto questo. Se questo mio libro potrà aprire gli occhi
alla gente allora avrà avuto uno scopo. Purtroppo il riconoscimento
di un male è inutile se poi ci facciamo vincere dalla pigrizia e
non passiamo all’azione necessaria per combatterlo.

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